venerdì 4 dicembre 2009

frutti dimenticati (12).



Uva spina
Da Sanihelp.it Appartiene alla famiglia del ribes, cresce su un arbusto alto fino a 2 metri i cui rami sono ricoperti da spine robuste lunghe fino a un centimetro (da qui il nome di uva "spina").
Il frutto è una bacca sferica più grossa di quella degli altri ribes, (il diametro varia da 10 a 25 mm), di colore pallido: giallastro, rosato o violetto a seconda della varietà.
La buccia è trasparente e lascia intravedere i semi e la vascolarizzazione della polpa.
In genere i frutti sono singoli o in numero di due, dolciastri e profumati.
La loro coltivazione risale al 1700: dall'Inghilterra le varietà selezionate si diffusero nel resto d'Europa a partire dalla Germania.
Con le sue bacche piccole e trasparenti non è solo bella da vedere, ma anche buona da mangiare e soprattutto salutare, perchè depura e facilita il dimagrimento.
A livello nutrizionale, 100 grammi di una spina apportano 30 calorie, 1 grammo di proteine, 5 grammi di glucidi, 230 milligrammi di potassio, 12 di vitamina A e 26 di vitamina C.
Oltre ad essere indicata per una dieta ipocalorica, quindi, l'uva spina è anche un vero e proprio elisir di giovinezza: purifica il sangue e l'intestino, ha una leggera azione lassativa, diuretica e depurativa.
Bastano 150 g di questo tipo di frutta leggermente agra a coprire il fabbisogno giornaliero di un adulto
Detta anche uva marina, uva spinella, uva dei frati, uva ursina viene usata per fare dolci, marmellate, succhi.

giovedì 3 dicembre 2009

Frutti dimenticati (11).


La pera volpina
Le pere volpine sono frutti “di una volta”(ed na volta)
Da Sanihelp.it - Il pero volpino è un antico albero da frutto originario della Romagna, dove era utilizzato per sostenere i filari di viti.
Ed è proprio nei vecchi vigneti, o nei pressi dei casolari di campagna, che lo si ritrova tuttora: si tratta di una pianta longeva e molto robusta, che genera pere piccole (8-10 cm) di un marrone brunastro, rugginoso.

La polpa è consistente anche a maturazione, tanto da dover essere consumata solamente previa cottura. A livello nutrizionale, questo si traduce in un elevatissimo contenuto di fibra: caratteristica che rende la pera volpina particolarmente adatta ai regimi dietetici dimagranti, e non solo per il ridotto apporto calorico.

La fibra non solubile, infatti, assorbe parte degli zuccheri ingeriti con le altre sostanze, aiutando quindi a ridurne l’assimilazione.
Ecco spiegato il perché dell’abbinamento pere e cioccolato: l’assorbimento degli zuccheri del cioccolato sarà diminuito dalla fibra della pera… a tutto vantaggio del gusto.

Sagra della Pera Volpina e del Formaggio Stagionato a BRISIGHELLA
È un originale mercato dei frutti autunnali e dei prodotti tipici della collina, dove la regina e il re della giornata saranno la pera volpina ed il formaggio stagionato di Brisighella.
La cittadina di Brisighella, splendido borgo medioevale sulle colline delle Terre di Faenza, si trova nel cuore della verde vallata del Lamone ed è “dominata” da 3 colli.
Su ognuno di essi si trovano: l’imponente rocca veneziana, la torre dell’orologio e il Santuario del Monticino.
Ma Brisighella non è nota solo per le sue bellezze architettoniche.
È conosciuta e apprezzata da tutti i buongustai d’Italia per le prelibatezze enogastronomiche.
Ad alcune di queste, nel corso di un intensissimo mese di novembre, sono dedicati eventi ad hoc che compongono una gustosa rassegna dal titolo “4 Sagre x 3 Colli”: Le delizie del porcello, Sagra della pera volpina e del formaggio stagionato, sua maestà il tartufo, per finire in bellezza con Sagra dell’Ulivo e dell’Olio.

Le pere volpine, piccole, tonde e dure erano un prodotto tipico della valle del Lamone.
La sagra ha contribuito nel corso degli anni alla riscoperta delle proprietà di questo frutto dimenticato, offrendo la possibilità di riassaporarlo.
Le pere volpine vengono consumate bollite, cotte in acqua o vino, oppure al forno.
Ottimo è l’abbinamento con il formaggio stagionato di Brisighella, un pecorino che viene invecchiato con procedimento di antica tradizione locale.














Continua

sabato 28 novembre 2009

Frutti dimenticati (10)

Clicca l'immagine per ingrandirla.
"I cubi di marmellata dura incartati nella carta trasparente erano dei parallelepipedi di circa quattro centimetri di lato, con la consistenza di una cotognata stagionata e con un gusto abbastanza buono.
Il marchio commerciale più famoso era "Althea" e il nome del prodotto era "Cremifrutto" e "Cioccofrutto".
Erano una delle merende più distribuite nel 'momento dolce' della colonia ma, data la loro consistenza e dato che non possedevamo un coltello, avevamo grossi problemi per la stesura sulla fetta di pane. Il modo più semplice per consumarli risultava quindi essere un morso al pane e un morso al cubo, impastare direttamente in bocca".

Era la mia merendina preferita, io lo chiamavo “fruttino” ( = cotognata o cremifrutto Althea o Zuegg)
Ricordo che nella confezione vi era una bustina di francobolli o figurine di calciatori per fare le mitiche raccolte:
Ah!, le figurine : ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho …..ma manca, ma manca, ma manca!
E’ tale la passione per questa bontà che gli appassionati hanno costituito un gruppo su Facebook.
Name:
quelli che adorano le marmellatine cremifrutto althea alla mela cotogna
Category:
Common Interest - Food & Drink
Description:
perchè la marmellata va mangiata a morsi e non spalmata...e poi la mela cotogna in che altro modo la si può mangiare?
Privacy Type:
Open: All content is public.

Altro sito che vi segnalo è :
Il Museo di Pignaca, http://www.gianfrancoronchi.net/
“In queste pagine potrai visitare il mio museo virtuale, un piccolo viaggio seguendo il mio percorso di collezionista e appassionato sportivo”.
Le stanze del Museo
Bologna Football Club
Maglie da calcio d'Epoca-- Forlì - Storia Postale Forlì -- Le sue cartoline

E dalla mela cotogna…la mostarda.
La mostarda vicentina è un prodotto tipico della provincia di Vicenza, a base di
frutta (mela, mela cotogna, pera, limone e cedro candito), senape bianca e zucchero.

Ha colore giallo e un sapore acre e pungente che si sposa molto bene con le carni, con il mascarpone e formaggi analoghi.

continua

venerdì 27 novembre 2009

Frutti dimenticati (9)


Il Cotogno
Originario dell’Asia Minore e della zona caucasica, il Cotogno è diffuso principalmente nell’areale occidentale del Mediterraneo ed in Cina; in Italia si è verificata una evidente contrazione della produzione a partire dagli anni '60 fino ad oggi, momento in cui se ne trovano pochissimi.

Come il melo e il pero anche il Cotogno (Cydonia oblonga Mill.) appartiene alla Famiglia delle Rosaceae e Sottofamiglia delle Pomoideae.

Si distinguono due tipologie di cotogno in base alla forma del frutto: maliformi e piriformi, di cui la prima è più apprezzata.

Frutti di dimensioni variabili, a volta assimetrici, dal maliforme al piriforme.

L'epicarpo è fittamente ricoperto di peluria che scompare a maturazione incipiente, di colore giallo oro intenso.

La polpa è facilmente ossidabile e spesso ricca di sclereidi, poco dolce ed astringente.

La specie attualmente è più nota come portinnesto del pero.
La raccolta si esegue nel periodo di maturazione, in settembre-ottobre ed è facilitata dalla grossa pezzatura dei frutti.

La maggior parte del prodotto è conferito all'industria che preferisce il tipo maliforme;

Non si presta ad essere consumato allo stato fresco a causa della polpa troppo dura e astringente, quindi, solo una minima parte è collocata sul mercato del fresco.

Essendo ricca di pectine può essere impiegata come addensante nella preparazione di marmellate con frutta povera di questa sostanza.

Gode di proprietà tonico-astringenti e anti-infiammatorie dell'apparato digerente.
Da Sanihelp.it - Il cotogno non è un melo e non è un pero, anche se spesso viene confuso con entrambi.
Le mele cotogne sono indicate in un regime dietetico ipocalorico perché hanno un basso apporto calorico (circa 28 calorie per 100 grammi), pochissimi glucidi e lipidi e poche proteine.
La mela cotogna contiene anche una buona quantità di vitamina C (praticamente tanto quanto una ciliegia), polifenoli, fibre insolubili, oltre che una discreta quantità di vitamina B e provitamina A.
Inoltre è ricca di minerali (potassio, fosforo, calcio, magnesio, ferro) e oligoelementi (zinco, rame, manganese e fluoro) e possiede virtù curative non trascurabili: esercita un’azione emolliente e astringente sulle mucose digestive ed epatiche, aiuta a combattere dissenteria e vomito, e sotto forma di succo è un ottimo rimedio naturale contro i disturbi di stagione quali tosse o bronchite.
Questa strana mela, compatta, coperta da una leggera peluria che va via via scomparendo con la maturazione finché non diviene di un bel colore giallo, viene utilizzata per la preparazione di marmellate e gelatine gustose e profumatissime.
Continua

martedì 24 novembre 2009

Frutti dimenticati (8)


Il Corniolo (Cornus mas L.) appartiene alla Famiglia delle Cornaceae.
Specie originaria dell'Europa meridionale fino al mar Nero.
In Italia manca soltanto nelle isole.
Alberello alto dai due ai sei metri (eccezionalmente fino a 8 m).
I frutti sono adatti ad essere consumati freschi.
I frutti sono utilizzati per produrre bevande, liquori, dolci, gelatine, salse, marmellate e in ricette gastronomiche.
Si conservano sotto alcol (come le ciliegie) e in salamoia (come le olive).
Come pianta medicinale per l'azione tonico-astringente dei frutti, contro enterite, nella cura delle malattie della pelle, dei dolori articolari e dei disturbi del metabolismo.
Radici, corteccia e germogli venivano impiegati per curare la febbre con azione analoga al legno di china.In cosmesi la polpa viene usata come astringente per pelli grasse o seborroiche
Il legno si presta per realizzare oggetti di tornitura.
Come pianta ornamentale in parchi e giardini, per le foglie brillanti e la miriade di fiori gialli a schiusura molto precoce.
I frutti sono molto ricercati dalla fauna selvatica.
continua

lunedì 23 novembre 2009

Frutti dimenticati (7)




Il Nespolo (Mespilus germanica L.) e' originario, secondo recenti studi, dell'areale caucasico, ma anche con primi nuclei di diffusione in Iran, in Turchia fino alla Grecia.
Oggi e' diffuso in tutta Europa come pianta spontanea nei boschi di latifoglie o come rinselvatichita negli incolti.
Appartiene alla Famiglia delle Rosaceae.
Molto resistente al freddo invernale, si spinge fino ai mille metri di quota.
La sua diffusione fu favorita moltissimo dai romani e prese a tal punto piede in Germania che al momento di classificarla Linneo, sospettandone una sua origine in quest'area, lo chiamo' Mespilus germanica.
Albero di modeste dimensioni, raggiunge al massimo i cinque metri d'altezza, ma solitamente ha uno sviluppo ben piu' modesto.
Il frutto, la nespola, e' un falso frutto dato dall'ingrossamento del ricettacolo attorno ai frutti veri e propri.
Di forma riconoscibilissima, tondeggiante, con un'ampia depressione apicale, coronata da residui del calice, ha un corto peduncolo e una resistente buccia che per grana, colore e consistenza ricorda il cuoio. Si semi sono in numero di cinque, duri e legnosi.
Per l'alto contenuto in tannini i frutti non possono essere consumati alla raccolta.
Necessitano di ammezzi mento*, una fermentazione di maturazione ottenuta deponendo i frutti all'interno di cassette di legno, ricoperte di paglia e poste in un locale fresco.
I frutti devono essere consumati a mano a mano che sono pronti perche' il processo di fermentazione non si arresta e i frutti possono rapidamente degradarsi.
In seguito all'ammezzimento la polpa diventa bruna, molle, zuccherina, di consistenza pastosa, leggermente acidulo e gradevole.
Vengono consumati per dessert.
Con la trasformazione si ottengono: marmellate, gelatine, salse e varie preparazioni culinarie.
Vengono usati inoltre per la produzione di bevande alcoliche, quali brandy, liquori, schnaps
( acquavite, grappa).
I frutti immaturi sono stati anche utilizzati per chiarificare vino e sidro.
Rustica, resistente e molto bella, e' apprezzata come pianta ornamentale.
Con il tannino della corteccia, delle foglie e dei frutti immaturi si effettua la concia delle pelli.
Il legno, di color bruno-giallognolo, e' molto duro e viene utilizzato per lavori al tornio; fornisce inoltre un ottimo carbone.
*Da ammezzire :Diventare mézzo, infradiciare; anche con la particella pron.: tutte le frutta si sono ammezzite.

Nespola :percossa data in modo rapido e secco: che nespole!; gli ha dato certe n.!; Morgante non lo stima una farfalla, ed appiccògli una n. acerba (Pulci).
Per estens., grosso guaio improvviso, batosta: quella n. non se l’aspettava proprio; stava a vedere dietro l’invetriata ..., quando gli capitò quella n. fra capo e collo (Verga).
3. Come interiez. fam., nespole!, per esprimere grande meraviglia: centomila euro? nespole!
◆ Dim. nespolina
continua

sabato 21 novembre 2009

Frutti dimenticati : giuggiole (6)


Il Giuggiolo (Zizyphus vulgaris L.) appartiene alla Famiglia delle Rhamnaceae.

E' originaria dell'Asia dove e' molto coltivata.

In Italia e' presente fin dal tempo dei Romani.

Albero alto 6-7 metri, dall'aspetto piuttosto contorto, con rami irregolari e spinosi.
I fiori piccoli e verdastri appaiono in giugno.
I frutti assomigliano a grosse olive, sono rosso marrone scuro, a maturita' la polpa e' soda, compatta, di sapore gradevolmente acidulo, di colore verde tenue.
Vive in zone con clima temperato con minime invernali non inferiori a 10° C e con estati lunghe e calde.
Consumo fresco:marmellate, sciroppi, confetture, gelatine, canditi, dolci, bevande alcoliche e liquorose (brodo di giuggiole).
In Asia sono consumati anche secchi (datteri cinesi).
Conservazione in salamoia, in alcol e aceto.
Proprietà medicinali (effetto lenitivo ed antinfiammatorio), è utilizzato per la preparazione di decotti espettorranti ed emollienti.
Cosmesi: maschere emollienti ed idratanti per pelli secche.
I semi contengono composti organici con proprietà sedative.E' utilizzato per rimboschimenti.
Integratore alimentare per gli animali al pascolo in alcuni periodi dell'anno.
Il legno, di colore rosso è molto duro e viene utilizzato in ebanisteria.
Pianta ornamentale.
Andare in brodo di giuggiole.
Combinazione di parole usata esclusivamente nel significato figurato di "andare in solluchero, uscire quasi di sé dalla contentezza"
Significa avere a che fare con qualcosa di estremamente dolce e il dolce, si sa, provoca piacere.
E’frutto di un'alterazione dell'originaria andare in brodo (o broda) di succiole: in questo passaggio le giuggiole, hanno preso il posto delle succiole, ovvero delle castagne lessate con la buccia.

L'uso di questa espressione originaria, di provenienza toscana, è già ammesso nella prima impressione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, (1612), dove, per l'appunto, è menzionata due volte: alla voce succiare, con un esempio tratto dal Morgante di Luigi Pulci
("Da SUCCIARE SUCCIOLA, che è castagna cotta nell'acqua con la sua scorza. Morg.
Per dare al Saracino altro, che succiole.") e alla voce castagna ("CASTAGNA. frutta nota. Lat. castanea, Gr. k?stana. Boc. n. 72. 16. Entro col mosto, e con le castagne calde si rappattumò con lui.
Qui intende delle cotte arrosto, o lesse: Le quali, arrosto, chiamiam BRUCIATE, e lesse, SUCCIOLE, dal succiarle, che si fa, in mangiandole.
Abbiam da essa un proverbio, il quale allude all'ipocrisía, e al bene infinto.
Come la castagna, di fuora è bella, e dentro ha la magagna. Lat. intus Hecuba, foris Helena").
Giuggiola
Inezia, bagattella, di solito in frasi esclamative: cinquecentomila euro di eredità? una g.!;
è un’opera che richiede un lavoro di anni, altro che giuggiole! b.
Andare in brodo di giuggiole (alterazione dell’originario brodo di succiole), andare in solluchero, uscire quasi di sé dalla contentezza e sim.; analogam., mandare in brodo di giuggiole.

◆ Dim. giuggiolina, giuggiolétta; accr. Guiggiolóna e Giuggiolone

Da Succiole a succhiare a “soccia” che a Bologna significa "succhia" !
Sarà un pò volgare ma non si pensa al significato quando la si pronuncia, è come dire "accidenti", “caspita”, “acciderba”.

Esisto una variante:"socmel" (succhiamelo)

Continua

giovedì 19 novembre 2009

Voyage autour de mon jardin


Francesco Rusconi-Clerici mi inviato la sua ultima opera:
Voyage autour de mon jardin
in Villa Rusconi-Clerici a Pallanza Verbania


Bellissimo lavoro che Vi invito a scoprire.

“Il racconto di un giardino magico, l'amore per una casa bellissima, la storia di un'antica famiglia, la percezione di tempi lontani, la nostalgia dell'infanzia passata in riva al Lago Maggiore in un libro che racconta anche le difficoltà di gestione dei grandi giardini. Il volume, impostato in un moderno formato A4, si compone di 128 pagine a stampa su carta patinata e contiene 225 immagini fotografiche attuali a colori, 45 ristampe di lastre antiche e istantanee originali e 15 riproduzioni di documenti o stampe d’epoca, oltre ad un catalogo ragionato delle essenze presenti nel giardino ed una bibliografia esaustiva delle pubblicazioni sulla botanica e sui parchi del Lago Maggiore visionate per la stesura delle parti specialistiche del libro”.


http://www.tarara.it/libro.php?id=82
(Link per accedere alla Casa Editrice)


http://www.tarara.it/firma.php?id=109
link per leggere la Biografia dell’autore

Frutti dimenticati: corbezzoli (5)


Il Corbezzolo (Arbutus unedo L.) e' originario del bacino del Mediterraneo e costa atlantica fino all'Irlanda.

Appartiene alla Famiglia delle Ericaceae. Alberello sempreverde alto 5-6 m (a volte fino a 10 m), con portamento spesso arbustivo.

Fiorisce da ottobre a dicembre e fruttifica nell'autunno seguente.

Il frutto e' una bacca globosa di 1-2 cm, rosso scura a maturita', edule, con superficie ricoperta di granulazioni; polpa carnosa con molti semi.

Corbezzola. 3. Al plur., corbezzoli! (tosc. corbezzole!), esclamazione scherz. di meraviglia (perbacco, guarda te) , per ulteriore eufemismo da corbelli! (v. corbello2).

Corbèllo2 s. m. [alterazione eufem. di coglione, con raccostamento alla voce prec.], pop. –

1. Testicolo: non mi rompere i c.!; corbelli!, esclam. scherz. di meraviglia.

2. fig., non com. Minchione, stupido: sei stato un bel corbello!

Con questa accezione può avere anche il femm.: sei una corbella.

◆ Accr. corbellóne (f. -a), persona grossolanamente semplice e sciocca.
Dire una corbelleria.
Continua

domenica 15 novembre 2009

Frutti dimenticati: azzeruoli (4)


L'Azzeruolo (Crataegus azarolus L.) appartiene alla Famiglia delle Rosaceae.
E' detto anche “Lazzeruolo".
Alberello di non piu' di 4 metri d'altezza, con una chioma espansa, irregolare
Il frutto e' un pomo globoso, nelle piante selvatiche non piu' largo di 2 cm, fino a 4 cm nelle varieta' coltivate.
Diffusa in Europa meridionale, Asia Minore e Nordafrica. L'azzeruolo si incontra qua e la' in Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Sicilia.

Le azzeruole (molto gustose, che ricordano il sapore delle nespole) consumate fresche sono dissetanti, rinfrescanti, diuretiche e ipotensive; la polpa ha proprietà antianemiche ed oftalminiche.
In confetture, marmellate e gelatine, insalate e macedonie di frutta; si utilizzano in pasticceria, si conservano sotto spirito e grappa.In cosmesi rivitalizza le pelli sciupate grazie alla provitamina A.
Coltivato in frutteti familiari e giardini in esemplari isolati, in filari o innestato in siepi di biancospino.Pianta ornamentale
continua

martedì 10 novembre 2009

Frutti dimenticati : sorbole (3),







Il Sorbo domestico (Sorbus domestica L.) appartiene alla Famiglia delle Rosaceae.
E' una specie originaria dell'Europa Meridionale, dalla Spagna alla Crimea e all'Asia Minore, spesso coltivata per i frutti anche fuori dal proprio areale.


In Italia si trova sporadico in tutta la penisola e nelle isole, nei boschi montani di latifoglie preferenzialmente su substrato calcareo.
Albero alto fino a 13 metri, molto longevo;
I frutti maturano in autunno , sono commestibili, di sapore acidulo, ricchi di acido malico e vitamina C, se ammezziti (infradicidate) diventano dolci, con polpa farinosa molle.
( da Agraria.org)

Da sorbo a Sorbole.
Nella accezione comune "Sorbole!" è una tipica esclamazione (emiliana o romagnola) di meraviglia, fa parte del gergo dialettale.
Indica sorpresa e stupore, e può significare "Perbacco !" "Perdinci o "Cavolo!"o “caspita!”, o “accidenti!”.
Da sorbo a sorbere, a sorbire.
Sorbire 1 (v. v. tr.) 1 Gustare a piccoli sorsi. ~ sorseggiare.
2 Sopportare.
Sinonimi: bere, centellinare, sopportare, sorseggiare, subire, succhiare
Continua

lunedì 9 novembre 2009

Frutti dimenticati (2)


Tratto da:
Pro loco di Casola Valsenio, il paese delle erbe e dei frutti dimenticati .


CENNI STORICI
I prodotti delle piante da frutto domestiche o spontanee che un tempo crescevano vicino alle case coloniche, nei campi o nei boschi, erano destinati, quasi esclusivamente, al consumo domestico o al piccolo mercato locale così che erano un tutt’uno con la cultura, la mentalità e i modi di vita della popolazione contadina del passato, condividendone anche la repentina scomparsa.

Oggi mangiare marroni, noci, nocciole, sorbe, giuggiole, corniole, mele rosa, pere volpine, azzeruole, melagrane e così via, rappresenta un piacere del palato ed un recupero del patrimonio culturale e materiale del passato, a cominciare dalle abitudini alimentari che portavano a consumare quei frutti, conservati nei solai, nelle lunghe e fredde sere di veglia.

Frutti che aiutavano anche a combattere meglio il freddo dell’inverno grazie al loro potere calorico: il gheriglio della noce, ad esempio, costituisce un alimento quasi completo, con un altissimo numero di calorie.
Questi frutti rappresentavano gli strumenti della sopravvivenza anche dal punto di vista psicologico: mettere al riparo nei grandi solai noci, avellane, mandorle, castagne, melegrane, nespole, pere, mele e sorbe, in attesa della maturazione o per la conservazione dava sicurezza e permetteva di affrontare l’inverno con la consapevolezza che, in ogni caso, c’era qualcosa da mangiare, così com’era o insieme al pane.

Oggi ritornano, grazie ad agricoltori che, per amore o nostalgia del passato, hanno sollevato dalla morte vecchie piante o ne hanno collocate di nuove grazie anche ad iniziative come quella della “Festa dei Frutti Dimenticati” di Casola Valsenio. Una festa che li ripropone all’attenzione di turisti, visitatori, studiosi e di chi non li ha finora conosciuti sotto l’aspetto alimentare, ma solo come elementi identificativi di una condizione ambientale ed umana tipica della collina faentina fino alla metà di questo secolo.

Recuperando i frutti di un tempo non si ritrovano solo i sapori del passato, ma si recupera anche un mondo fisico e culturale che ci riavvicina alla natura, ad un modo di vivere e di alimentarci più semplice e più sano e che permette anche di riallacciare i legami con la cultura popolare contadina in tutte le sue espressioni, così da poter ricordare e capire il passato.
Continua